La luce sugli oceani: da Venezia al kindle

Tutta colpa di Michael Fassebender e Alicia Vikander.

Il primo settembre viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia “The light between oceans”, Vanity Fair condivide gallerie di foto, interviste, dirette su Facebook del party esclusivo nonché il trailer del film.

Le recensioni della versione cinematografica non sono del tutto positive: melodramma in costume e polpettone sono le espressioni più frequenti. Ma io, incuriosita dalla trama, non riesco ad aspettare l’uscita del film e, con un solo click, il 2 settembre mi ritrovo sul mio Kindle La luce sugli oceani (Garzanti, 2012), il romanzo dal quale è stato tratto il film.

Si legge in una settimana, o anche meno avendo più tempo a disposizione, ed è senza dubbio un romanzo commovente (raramente piango alla fine di un libro), ma soprattutto piace per le emozioni controverse che scatena.

Tom e Isabel vivono solitari sull’isola dove lui svolge come un secchione il lavoro di guardiano del faro, e questo è noto. Com’è noto il fatto che subiscano la ripetizione del dolore per la perdita dei figli mai nati e di quell’ultimo bambino nato troppo presto. Un sentimento atroce e insopportabile anche solo alla lettura che rende comprensibile la scelta di prendersi cura di quella bambina che, all’improvviso e nel momento giusto, si presenta sull’isola trasportata su una barca dalla corrente. Nessuno si può accorgere di questo “furto”, basta solo che Tom ometta di segnalare il naufragio e quella cosetta da poco che è il cadavere del papà della bambina che si trova sulla barca insieme a lei.

Tom e Isabel crescono Lucy come se fosse figlia loro e costruiscono sulla menzogna la loro famiglia. Ma tutto questo continua a sembrare giustificabile, complici la vita isolata della coppia, la solidarietà nei confronti di una donna fatta per essere madre, ma impossibilitata ad esserlo, l’amore di un marito verso una moglie distrutta da questa mancanza.

Ma sulla terraferma c’è una madre che piange la scomparsa del marito e della figlia e non avendo la certezza della loro morte si illude (a ragione) che siano ancora vivi. E i nodi, prima o poi, vengono al pettine: la vita isolata del guardiano del faro e famiglia viene, periodicamente, interrotta dalla vita sociale a Point Partageuse dove, inevitabilmente, Tom e Isabel avranno a che fare con la donna alla quale hanno involontariamente sottratto la figlia.

Con chi ha diritto a vivere un bambino? Difficile rispondere. E si resta in preda all’alternarsi tra la disperazione della madre biologica, che ha diritto a riavere la propria bambina, e quella donna che per la bambina è la vera mamma. Ma, soprattutto, si soffre per Lucy che subisce la violenza della separazione dal suo ambiente familiare. E per il sacrificio di Tom che non smette di amare la moglie neanche quando lei, invece, inizia a odiarlo. Quattro personaggi che ti entrano dentro con le loro emozioni e le loro rispettive colpe.

Certamente da leggere il libro. Il film solo per gli attori (belli, ma soprattutto bravi) meriterebbe, ma raramente un bel romanzo riesce a essere trasformato in un bel film.

 

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