Io non mi chiamo Miriam, di Majgull Axelsson

Ho impiegato esattamente un mese per leggere “Io non mi chiamo Miriam”, struggente romanzo di Majgull Axelsson edito da Iperborea (2016).
È quanto mi è servito per sopportare una lettura non di svago che spesso mi ha richiesto delle pause per digerire le immagini narrate dall’autrice.
Perché è un romanzo che parla di olocausto e, quando è così, non è mai facile leggere senza fermarsi a pensare.

Il punto di vista di questa storia è diverso rispetto alle vicende ormai note (anche se mai abbastanza) degli ebrei, perché qui si parla delle persecuzioni subite dai rom durante  la Seconda Guerra Mondiale. E il racconto di Miriam (o, meglio, la non Miriam) non ci risparmia nulla.

Di cosa parla “Io non mi chiamo Miriam”?

È il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno e Miriam sta festeggiando con la famiglia; quando prende in mano il bracciale con inciso il suo nome, regalatole dalla nipote, spontaneamente esclama “Io non mi chiamo Miriam”. All’improvviso è tornata a essere Malika e si lascia sfuggire una verità che si porta dietro da settant’anni, da quando una fortunata coincidenza (se così si può dire, viste le circostanze) durante il tragitto da Auschwitz a Ravensbrück ha fatto sì che “Malika la rom” prendesse non solo i vestiti, ma anche l’identità di “Miriam l’ebrea”, una coetanea morta nel vagone con un numero identificativo molto simile al suo. La coincidenza è rischiosa perché i rom, fino a quel momento, non erano odiati dai nazisti tanto quanto gli ebrei, ma la vita nel campo di concentramento è soprattutto a stretto contatto fra i prigionieri stessi e, si sa, tutti odiano i rom, compresi quegli stessi prigionieri. Esistono delle gerarchie anche a Ravensbrück e i rom, è certo, stanno in fondo alla scala. È per questo motivo che Malika, anche quando è sopravvissuta e si trova al sicuro nella civilissima Svezia, continua a mentire e a mantenere l’identità di Miriam. Malika è Miriam, ormai.

Perché leggere questo romanzo?

Majgull Axelsson, con uno stile scorrevole e mai banale, ma allo stesso tempo schietto, racconta un altro capitolo di questa parte dolorosa e indelebile della storia contemporanea, perché la storia dei rom non è così conosciuta come quella degli ebrei, tristemente narrata prima di tutti da Primo Levi in Se questo è un uomo. Le emozioni della protagonista sono descritte con una veridicità che provoca una forte empatia nel lettore: la paura di Miriam anziana che, nonostante il tempo e la vita vissuta con la sua famiglia, ha ancora gli incubi; l’appagamento che Miriam giovane, ma già al sicuro in Svezia, prova mentre accarezza il cane che dorme con lei e la protegge dai brutti sogni; la rabbia che resiste latente nella Miriam adulta quando viene aggredita da Krystyna, un’altra reduce dai campi di sterminio. Quella stessa rabbia che le prigioniere, ridotte a esseri umani dotati di solo istinto di sopravvivenza, scatenano le une verso le altre per contendersi una misera mela marcia.

Per un secondo aveva desiderato di poter tornare indietro nel tempo e sussurrare al suo io prigioniero che quel giorno sarebbe arrivato. Un giorno in cui non avrebbe avuto fame, né nausea né mal di testa e al momento di svegliarsi non si sarebbe sentita stanca da morire, un giorno in cui avrebbe aperto gli occhi in una stanza con le rose gialle alle pareti e un pechinese morbido accanto, un giorno in cui avrebbe saputo che in cucina c’erano pane e marmellata e formaggio e uova che nessuno, non una sola persona, le avrebbe impedito di mangiare.

Sono emozioni difficili da raccontare, ma se sono raccontate così bene diventa anche difficile leggerle e sopportarle. E quando ci si riesce arriva il racconto di Didi, il fratellino di Malika, a darti il colpo di grazia. La stessa Miriam ne scaccia il ricordo fino alle ultime pagine quando, finalmente, si libera e ci spiega gli effetti degli esperimenti che Josef Mengele fece sui bambini.

È un romanzo davvero bello e da leggere, facendosi un po’ di coraggio ogni tanto e accettando le lacrime che non possono non uscire di fronte al racconto di tante atrocità. E consiglio anche la lettura non solo dell’epilogo, in cui l’autrice spiega la nascita di questa storia, ma anche della postfazione a cura dello scrittore Björn Larsson che ricorda le prime resistenze nell’editoria a pubblicare i resoconti dei reduci e poi la difficoltà a trovare in letteratura, al di fuori di poche eccezioni fra cui Primo Levi, autori che si siano cimentati con le memorie della vita nei campi concentramento.

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LA SCHEDA

Come si intitola? Io non mi chiamo Miriam
Chi lo ha scritto? Majgull Axelsson, classe 1947
Con quale editore? Iperborea, 2016
Quante pagine ha? 576
Quanto costa? 9,99 l’ebook, 19,50 il cartaceo
Dove lo compro? Nella tua libreria preferita oppure su IBS
Qual è il personaggio di questo libro che entra nel Club? Miriam
Questo libro è adatto per: chi ama le storie ispirate a fatti reali, chi ha voglia di una vicenda triste e non puramente di svago.

3 commenti

  1. Questo l’avevo adocchiato, la storia sembra molto bella e intensa soprattutto. Cercherò di recuperarlo.


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