Myriam Gurba

Intervista a Myriam Gurba: la “ragazza finale” nel film horror della sua vita

Cattiva, appena pubblicato da Fandango, è il racconto di una giovane californiana di origini messicane che ha subito il più grande trauma di una donna: la violenza sessuale

In questo memoir Myriam Gurba tratta molti temi che hanno accompagnato i suoi primi quarant’anni di vita

Cresciuta negli anni 80 e 90 con abbondanti dosi di televisione, di MTV e Michael Jackson, con l’incubo dell’HIV che si faceva strada

Nata in California verso la fine degli anni Settanta, Myriam è di origini messicane da parte di madre mischiate a quelle polacche da parte del padre: è cresciuta nella continua “guerra razziale” fra i bianchi e “gli altri”, orgogliosa delle sue radici grazie agli insegnamenti di abuelo e abuela, i nonni.

Non sapevo che i messicani fossero “messicani”, una categoria che per alcuni comprende degli esseri subumani, che per mio nonno invece sono divinità

Cattiva (uscito per Fandango il 21 marzo), però, è soprattutto altro: Myriam, infatti, è stata vittima di un’aggressione sessuale da parte di un uomo che, successivamente, si apprese essere un molestatore seriale e, soprattutto, l’omicida responsabile della morte di una giovane messicana di nome Sophia Torres, il cui corpo fu trovato mutilato e violentato in un parco vicino a una scuola.

E Cattiva è proprio questo: il racconto di una sopravvissuta

Myriam è la “ragazza finale” e Cattiva è la storia della sua vita vista con gli occhi del “dopo”, accompagnata dalla presenza costante di Sophia, il suo senso di colpa.

È come stare seduti sul bordo della sedia di un cinema a guardare un film horror, solo che quel film è la tua vita, e tu sei la ragazza che sa esattamente quanto può essere maligno anche il tipo più normale. La ragazza vive, ma si rende conto che è compito
suo raccontare tutta la storia. I teorici del cinema chiamano questa persona “final girl”, la ragazza che in un horror riesce a sopravvivere fino alla fine.

Ho intervistato Myriam Gurba (purtroppo solo a distanza) e ho esordito scusandomi per il mio inglese arrugginito.

“Non hai motivo di scusarti per il tuo inglese! Lo scopo del linguaggio è la comunicazione e tu sei una comunicatrice eccellente! Inoltre, grazie per aver scelto di comunicare con ME!”

Come si fa a non amarla dal primo istante?

La prima domanda riguarda la mia impressione sul libro: leggere è stata per me un’esperienza molto lontana (per la cultura, la distanza geografica, l’esperienza delle diversità razziali), ma allo stesso tempo mi sono riconosciuta in quel periodo storico raccontato in Cattiva. Sono nata nel 1979 e penso che tu abbia all’incirca la mia stessa età. Siamo cresciute negli anni ’90, i peggiori esteticamente per vivere la nostra adolescenza.

“Hai ragione. Abbiamo all’incirca la stessa età. Sono nata a Santa Maria, in California, nel 1977. Ho vissuto l’infanzia negli anni ’80 e la mia adolescenza negli anni ’90. Non so che tipo di moda sia popolare in Italia ma in California, gli anni ’90 dominano. Le ragazze indossano ancora gli abiti degli anni ’90 ed è molto divertente perché gli anni ’90 sono stati un pessimo periodo dal punto di vista della moda. Insegno alle scuole superiori, guardo i miei studenti: indossano gli stessi vestiti che indossavano i miei amici quando eravamo al liceo. È strano!”.

Ti piacerebbe aver vissuto la tua giovinezza in un altro periodo? Pensi che avresti avuto le stesse influenze dalla musica, dall’arte, dalla cultura, e saresti comunque diventata femminista?

“No, non avrei voluto vivere la mia infanzia o adolescenza in un altro periodo. I secoli passati sembrano tempi e luoghi terribili. Ho studiato storia all’università e quindi capisco quanto sia stato terribile il passato. Soprattutto l’odore. Nessuno faceva il bagno, riesci a immaginare l’odore? Schifoso”.

Ride. Poi prosegue.

“Penso che mia madre abbia contribuito a farmi diventare una femminista, ma penso che anche la televisione abbia avuto un ruolo determinante. Ho guardato MOLTA televisione, ho amato la televisione e guardato molto MTV. Su MTV ho conosciuto e osservato il movimento culturale femminista Riot Grrrl. Questo mi ha aiutato a capire che sarei potuta diventare una ragazza punk e una femminista nella mia vita. Quando avevo circa 13 anni dissi al mio nonno messicano che ero femminista. Ha riso di me, mi ha accarezzato in testa come se fossi un cucciolo, e poi mi ha detto di non pensare troppo”.

Leggendo il tuo libro è evidente che descrivi la tua giovinezza (prima dello stupro) con l’occhio, invece, del “dopo”: è possibile per te guardare al passato con l’occhio del “prima”, ancora incontaminato, o è difficile per una vittima di stupro ricordare com’era vivere prima del trauma?

“La mia percezione dell’umanità è cambiata dopo che Tommy Martinez mi ha aggredito sessualmente. Ha aggredito molte altre donne e ucciso, violentato e mutilato. Sophia era una migrante messicana, la uccise in un parco vicino a una scuola e lasciò il suo corpo là. Dopo che Martinez mi ha ferito, ho capito che gli uomini normali possono essere molto malvagi. Mi sono resa conto che il male può nascondersi nell’ordinario. Quella comprensione ha cambiato la mia percezione della realtà. La principale differenza tra la mia vita prima dell’aggressione è la capacità di riuscire a rilassarmi. Dopo il trauma rilassarsi è diventato più difficile”.

Nella prima parte del libro (il “prima”) la lettura è stata per me un po’ stancante: non conoscevo la storia della tua vita e non riuscivo a capire la presenza costante di Sophia, non capivo perché lei fosse così “una parte di te”. Questo è il motivo per cui, invece, ho apprezzato molto la seconda parte (il “dopo”) in cui descrivi con una semplice metafora il senso di colpa (lo squalo numero uno) e la vergogna (lo squalo numero due). Perché hai scelto lo squalo?

“Ho scelto la metafora dello squalo perché il senso di colpa che provavo per essere sopravvissuta all’attacco sembrava un altro attacco. Il senso di colpa è una cosa terribile con cui vivere, ti attacca come una tormenta. La colpa è essa stessa una forma di violenza. Il senso di colpa ti mangia. Ti mangia dolorosamente. Come uno squalo”.

Parliamo di noi, delle donne: hai scritto come fosse insopportabile lo sguardo delle altre persone, quel tipo di sguardo che esprime il “oh mio Dio, è stata violentata!”. Quante volte dobbiamo confrontarci con quello sguardo (non solo maschile) anche per le cose più semplici? Quante volte dobbiamo giustificarci per la nostra condizione di donne e di madri?

“Quando descrivo le donne che mi guardano con lo sguardo di “oh mio Dio, è stata violentata!” evoco anche l’orrore di essere guardata in quel modo. Gli uomini non sono guardati in quel modo. Se un uomo cammina per strada scosso e spaventato, probabilmente nessuno penserà che sia stato aggredito sessualmente. Se vediamo una donna che cammina per strada tremante e con i vestiti sgualciti pensiamo che sia stata aggredita sessualmente. E tutti conoscono la sua vergogna, condividendola in vari modi. Le donne continuano a esistere come vasi di scarico per la vergogna dell’umanità. Simone De Beauvoir ha scritto che le prostitute stanno alla città come le fognature stanno al palazzo, ma penso che questa sua analogia sia troppo restrittiva. Penso che il patriarcato costringa le donne a fungere da sistema fognario per la mascolinità. E io non voglio essere la fogna di nessuno”.

Vorrei concludere con le mie considerazioni sulla frase “Essere cattivi con gli uomini che se lo meritano è una missione sacra”. Non penso che sarei capace di essere così definitivamente e categoricamente cattiva con gli uomini, ma penso che sarebbe appropriato esserlo con le persone (uomini o donne che siano) che non sono in grado di mostrare alcuna empatia per una vittima.

“Intendevo la battuta in un modo scherzoso, ovviamente. In realtà non penso che essere crudele con le persone sia una missione santa. Ma l’idea è divertente.

A parte gli scherzi, il problema sta proprio in ciò che tu affermi: nessuna donna mi ha mai chiesto di condividere con lei i dettagli del mio assalto sessuale. Gli uomini, al contrario, lo hanno fatto. Penso che gli uomini abbiano bisogno di conoscere questi particolari perché è molto più difficile per loro immaginare un evento del genere, per il semplice fatto che la violenza sessuale non è un pericolo quotidiano con cui hanno a che fare. Ironia della sorte, sono più spesso loro a rappresentare questo tipo di minaccia. Statisticamente le donne commettono una piccola percentuale di crimini di questo genere. La maggior parte della violenza che ho subito nella mia vita è stata perpetrata dagli uomini. Sono gli uomini ad avere un problema e sono gli unici che possono risolverlo”.

Myriam Gurba
Myriam Gurba

Così si è conclusa la mia chiacchierata con Myriam che è riuscita a trasmettermi una grande umanità, oltre a quanto già fatto tramite le pagine del suo libro.

In Cattiva c’è il trauma di una donna che è stata violata, ma sorprendentemente c’è anche molto sugli uomini: quelli che impongono il loro potere fisico e sessuale, quelli che si girano dall’altra parte presi da una sorta di solidarietà di genere, quelli che ignorano il pericolo quotidiano che vivono le donne. Perché c’è una cosa che Myriam ha imparato dalla sua esperienza: che tutte le donne possono essere vittime e tutti gli uomini sono potenziali carnefici perché il male si può nascondere anche nell’ordinario, nell’uomo qualunque che incrociamo per strada. Ed è questo che fa più paura, l’impossibilità di riconoscere l’aggressore.


LA SCHEDA

Come si intitola? Cattiva
Chi lo ha scritto? Myriam Gurba
Traduzione di C. Brovelli
Con quale editore? Fandango (2019)
Quante pagine ha? 260
Quanto costa? Euro 15,30 il cartaceo
Qual è il personaggio di questo libro che entra nel Club? Myriam
Questo libro è adatto per: una riflessione sulla condizione della donna che sarebbe opportuno facessero anche gli uomini.

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